Dal 2000 al 2025 forti rincari per abitazione, utenze, alcolici e tabacchi. In controtendenza informatica e comunicazioni, mentre nel lungo periodo i servizi hanno registrato aumenti molto più consistenti dei beni. Il rapporto ISTAT ricostruisce oltre un secolo e mezzo di inflazione italiana, tra guerre, crisi energetiche e cambiamenti economici.Focus sulle variazioni dal 2000 al 2025, ovvero dall’introduzione dell’euro ai giorni nostri. Non tutti i consumi costano di più allo stesso modo
Quanto è cambiato il costo della vita in Italia negli ultimi 25 anni? A fornire una risposta è l’ISTAT con il rapporto I prezzi al consumo, pubblicato il 13 ottobre nell’ambito della collana «Storie di dati – Le trasformazioni dell’Italia». Il dato che emerge con maggiore evidenza è quello relativo all’aumento complessivo del 63% dei prezzi al consumo tra il 2000 e il 2025. Una crescita significativa, dietro la quale si nascondono però dinamiche molto diverse tra le singole categorie di spesa.
Il dato medio, infatti, non racconta da solo l’esperienza quotidiana delle famiglie. In un quarto di secolo alcuni beni e servizi sono diventati sensibilmente più costosi, mentre altri hanno registrato aumenti contenuti o, in determinati comparti, una riduzione dei prezzi. È proprio questa diversità a rendere particolarmente interessante l’analisi dell’Istituto nazionale di statistica, che affronta il fenomeno in una prospettiva storica e mette in relazione l’evoluzione dei prezzi con le trasformazioni dell’economia italiana.
Abitazione, utenze e assicurazioni: i rincari più marcati
Tra il 2000 e il 2025, gli aumenti più consistenti hanno interessato le spese per abitazione e utenze, soprattutto per effetto dell’andamento dei prezzi dell’elettricità e dei combustibili. Incrementi superiori al 100% hanno riguardato anche gli alcolici e i tabacchi, oltre ai servizi finanziari e assicurativi.
All’estremo opposto si collocano i servizi legati all’istruzione e alla sanità, per i quali la crescita dei prezzi è rimasta inferiore al 30%. Ancora più significativa è la dinamica dei beni e servizi di informazione e comunicazione, il cui costo è diminuito di quasi il 60%.
Il quadro evidenzia come l’inflazione non abbia seguito un andamento uniforme. A incidere sono fattori differenti: il costo delle materie prime e dell’energia, la struttura dei mercati, i progressi tecnologici, la concorrenza internazionale e la possibilità di aumentare la produttività.
Un esempio significativo è rappresentato dai beni industriali non energetici, i cui prezzi sono cresciuti complessivamente di poco più del 25% nello stesso periodo, molto meno rispetto all’indice generale. Si tratta di una differenza che aiuta a comprendere perché l’aumento del costo della vita non possa essere interpretato come un rincaro generalizzato e identico di tutti i prodotti.
Beni e servizi: due velocità diverse
Uno degli aspetti più rilevanti del rapporto riguarda la differenza tra l’evoluzione dei prezzi dei beni e quella dei servizi nel lungo periodo.
Dalla metà degli anni Cinquanta a oggi, secondo le elaborazioni ISTAT, i prezzi dei beni sono aumentati di circa 30 volte, mentre quelli dei servizi sono cresciuti di circa 60 volte.
La distanza è riconducibile, almeno in parte, alle caratteristiche dei due comparti. I beni industriali possono beneficiare dei progressi tecnologici, dell’aumento della produttività e della concorrenza internazionale, fattori che contribuiscono a contenere i prezzi. Nei servizi, invece, il peso del lavoro e le minori possibilità di automatizzare alcune attività possono rendere più difficile ottenere riduzioni dei costi.
Questa divergenza si è accentuata dagli anni Duemila, quando i prezzi dei beni hanno mostrato una crescita relativamente contenuta, mentre quelli dei servizi hanno continuato ad aumentare con maggiore regolarità.
Lo scenario è cambiato temporaneamente con la crisi energetica del 2022. Le tensioni sulle forniture e sulle catene di approvvigionamento hanno spinto verso l’alto i prezzi dei beni, con incrementi a due cifre. Successivamente, il rallentamento è stato più rapido per i beni rispetto ai servizi, che hanno mostrato una maggiore inerzia.
Dalle crisi petrolifere alla fiammata del 2022: la storia dell’inflazione italiana
Il rapporto ISTAT allarga lo sguardo ben oltre il periodo più recente, ricostruendo l’andamento dei prezzi in Italia dal 1862 al 2025.
La storia economica del Paese è caratterizzata da fasi di relativa stabilità alternate a periodi di fortissima inflazione e, in alcuni casi, di deflazione, cioè di diminuzione prolungata dei prezzi.
Tra il 1862 e il 1914, l’indice dei prezzi è cresciuto mediamente appena dello 0,4% all’anno. Le due guerre mondiali hanno invece provocato forti accelerazioni, legate all’aumento della spesa e della liquidità, alla riduzione dell’offerta di beni e alle difficoltà produttive. Nel 1944 l’inflazione raggiunse un picco del 344%.
Dopo la stabilità che aveva accompagnato una parte del miracolo economico, la seconda metà degli anni Sessanta segnò l’inizio di una nuova fase inflazionistica. Le tensioni salariali, la fine del sistema di cambi fissi di Bretton Woods e soprattutto le crisi petrolifere del 1973-74 e del 1979-80 contribuirono a far crescere rapidamente i prezzi.
Il dato è emblematico: l’aumento medio annuo dei prezzi, pari al 3,1% tra il 1954 e il 1968, salì al 12,8% nel periodo 1969-1986.
Una progressiva stabilizzazione si è affermata negli anni successivi, fino alla fase legata alla moneta unica. Tra il 1996 e il 2021, i prezzi sono aumentati mediamente dell’1,8% all’anno, anche in un contesto segnato dalla grande recessione del 2008-2013.
La crisi energetica del 2021-22 ha interrotto questa fase di relativa moderazione. In quell’occasione, i prezzi al consumo dei beni energetici hanno registrato nell’ottobre 2022 un aumento annuo record del 71,6%. Dopo il picco, la dinamica si è rapidamente attenuata, diventando negativa nel 2023 e nel 2024 e contribuendo al rientro dell’inflazione complessiva.
Il rapporto segnala infine una nuova accelerazione nel 2026, attribuita ai rincari dei prodotti energetici, in particolare dei derivati del petrolio, in relazione al conflitto tra Stati Uniti e Iran. A settembre l’inflazione è tornata a superare il 4% su base annua.

Quanto sono cambiati i prezzi degli alimenti in cento anni
L’analisi assume un interesse particolare anche per il settore alimentare, perché permette di osservare come siano cambiate nel tempo le quantità acquistabili con la stessa somma di denaro.
Utilizzando come riferimento un importo equivalente a 5 euro del 2025, l’ISTAT confronta i prezzi di alcuni prodotti alimentari a partire dal 1926.
Il risultato mostra trasformazioni significative. Con cinque euro, nel 1926 si potevano acquistare circa 5,5 chilogrammi di patate; nel 2025 la quantità è scesa a circa tre chilogrammi. Una dinamica analoga, seppure con intensità differenti, ha interessato prodotti come il pane e il latte e, in misura minore, la carne bovina.
Altri alimenti hanno seguito una traiettoria opposta. Nel caso della pasta secca di grano duro, la quantità acquistabile con la stessa somma è passata da 1,3 chilogrammi nel 1926 a quasi tre chilogrammi nel 2025. Per lo zucchero si è passati da circa 700 grammi a poco meno di quattro chilogrammi.
Le differenze sono legate anche alla trasformazione dei processi produttivi, all’evoluzione dei costi delle materie prime e alla diversa incidenza del lavoro. I prodotti industriali trasformati possono beneficiare di economie di scala e miglioramenti della produttività, mentre altri alimenti risentono maggiormente dei costi agricoli, della manodopera e delle condizioni di produzione.
Il confronto storico dimostra inoltre quanto possa cambiare il rapporto tra i prezzi dei singoli prodotti: nel 1926 lo zucchero costava quasi due volte e mezzo il pane; nel 2025 il suo prezzo è risultato inferiore a un terzo di quello del pane.
Italia ed Europa: una storia di differenze
Il rapporto colloca l’esperienza italiana anche nel contesto delle principali economie europee, confrontando l’andamento dei prezzi con quello di Francia, Germania e Spagna.
Negli ultimi 75 anni, Italia e Spagna hanno registrato dinamiche inflazionistiche complessivamente più accentuate rispetto alla Francia e, soprattutto, alla Germania. Nei primi anni Duemila, inoltre, i due Paesi hanno incontrato maggiori difficoltà nell’adeguarsi alla disciplina dei prezzi associata alla moneta unica.
Con l’introduzione dell’euro, l’inflazione è rimasta generalmente più contenuta in tutte e quattro le economie. Nell’ultimo decennio, caratterizzato anche da una crescita economica debole, la dinamica italiana è stata simile a quella francese e inferiore a quella registrata in Germania e Spagna.
Il confronto evidenzia quindi come l’andamento dei prezzi dipenda non soltanto da shock internazionali comuni, ma anche dalle caratteristiche strutturali delle singole economie e dalle rispettive traiettorie di crescita.
Il costo della vita non si misura soltanto con l’inflazione
Il rapporto dell’ISTAT offre una chiave di lettura utile per comprendere le trasformazioni dell’economia e dei consumi italiani. L’aumento del 63% registrato tra il 2000 e il 2025 rappresenta un dato sintetico importante, ma non esaurisce la questione del potere d’acquisto delle famiglie.
Per valutare gli effetti concreti dell’inflazione occorre considerare anche l’andamento dei redditi, la composizione della spesa e il peso delle diverse voci sul bilancio domestico. Un aumento dei prezzi dell’energia o dell’abitazione, per esempio, può avere conseguenze particolarmente rilevanti per chi destina già una quota elevata delle proprie entrate a queste necessità.
Allo stesso modo, la diminuzione dei prezzi di alcuni beni tecnologici non compensa necessariamente i rincari sostenuti per alimenti, trasporti e utenze: molto dipende dalle abitudini di consumo e dalle esigenze delle singole famiglie.
La ricostruzione storica proposta dall’ISTAT mostra, in definitiva, che l’inflazione è un fenomeno legato alle trasformazioni produttive, alle crisi internazionali e agli equilibri economici. Comprenderne l’evoluzione significa andare oltre il dato medio e osservare come cambiano, nel tempo, i prezzi relativi e la capacità di spesa dei cittadini.
Fonte: ISTAT, I prezzi al consumo – Storie di dati. Le trasformazioni dell’Italia, 13 ottobre 2026.