Dai prodotti freschi che rischiano di finire al macero alle vendite perdute, fino ai possibili rincari dei prossimi mesi: quando la logistica si ferma, il danno non riguarda soltanto i supermercati. A pagare possono essere agricoltori, imprese, lavoratori e famiglie.
La merce che non arriva sugli scaffali non è soltanto una vendita mancata. È anche il risultato di risorse già impiegate, lavoro già svolto e costi che qualcuno ha già sostenuto. E quando si tratta di alimenti freschi e freschissimi, il tempo perso durante un blocco dei trasporti può trasformarsi in una perdita irreversibile.

Le difficoltà di approvvigionamento registrate in Campania e in altre regioni del Mezzogiorno durante la protesta degli autotrasportatori contro il caro carburanti hanno riportato in primo piano una fragilità strutturale della distribuzione alimentare: la dipendenza da flussi logistici regolari, soprattutto per i prodotti che hanno una vita commerciale molto breve.

Le cronache del 19 ottobre hanno documentato scaffali sguarniti, carenze di ortofrutta e altri alimenti freschi e blocchi delle operazioni di carico e scarico nei centri logistici del Casertano.

Ma il problema non finisce con il disagio di chi entra in un supermercato e non trova ciò che cerca. Dietro quegli scaffali vuoti si nasconde una catena di perdite economiche che può coinvolgere l’intero sistema agroalimentare e produrre conseguenze anche dopo la ripresa delle consegne.

Spreco alimentare: quando il tempo diventa un costo insostenibile
Frutta, verdura, carne, pesce, latte fresco, latticini e prodotti gastronomici refrigerati non possono essere trattati come merci qualsiasi. Hanno tempi di conservazione limitati, richiedono condizioni di trasporto specifiche e devono raggiungere i punti vendita entro finestre temporali compatibili con la loro commercializzazione.

Un prodotto che rimane fermo troppo a lungo può perdere freschezza, qualità e valore commerciale. Se non è più possibile venderlo in condizioni adeguate, può diventare necessario destinarlo ad altri utilizzi consentiti, quando praticabili, oppure smaltirlo.

Il danno, quindi, non coincide esclusivamente con il prezzo d’acquisto della merce. Comprende anche il lavoro necessario per produrla, raccoglierla, selezionarla, confezionarla e trasportarla. A questo si aggiungono gli imballaggi, l’energia, la refrigerazione, la movimentazione e le altre attività necessarie a portare il prodotto dal campo o dallo stabilimento fino al consumatore.

Quando il percorso si interrompe, una parte di questo valore rischia di andare perduta.
È il paradosso più evidente: mentre nei supermercati diminuisce la disponibilità di alimenti, altrove prodotti ancora utilizzabili possono deteriorarsi perché non riescono a raggiungere il mercato in tempo.

Non tutta la merce bloccata è destinata al macero, né ogni ritardo determina automaticamente una perdita totale. Le imprese possono tentare di riorganizzare le consegne, recuperare i carichi, trovare altri canali commerciali o ridistribuire i prodotti. Ma queste possibilità dipendono dalla durata dell’interruzione, dalla natura degli alimenti e dalla capacità residua della filiera.
Più il blocco si prolunga, più diventa difficile recuperare il valore delle merci deperibili.

I costi sono già stati sostenuti: chi li assorbirà?
Il secondo aspetto riguarda i costi vivi e le perdite che si accumulano lungo la filiera.
L’agricoltore ha già sostenuto le spese per sementi, concimi, acqua, energia, manodopera e raccolta. L’industria alimentare ha acquistato materie prime, utilizzato impianti, confezionato prodotti e organizzato le spedizioni. Il trasportatore deve affrontare costi operativi e possibili tempi improduttivi. Il distributore, infine, ha programmato acquisti, magazzini, personale e consegne sulla base di flussi che avrebbe dovuto ricevere regolarmente.

Quando la merce non arriva a destinazione o perde la possibilità di essere venduta, il costo non scompare. Si trasforma in una perdita da contabilizzare e, a seconda dei contratti, delle assicurazioni e delle responsabilità, viene assorbito da uno o più soggetti della filiera.

Ci possono essere merce invenduta, ordini annullati, consegne da riprogrammare, capacità logistica inutilizzata, personale da riorganizzare e costi aggiuntivi per recuperare il servizio. A questi si sommano le mancate vendite e l’eventuale deterioramento dei prodotti.

Il danno, dunque, è più ampio del valore degli alimenti che non raggiungono gli scaffali. E può diventare particolarmente pesante per le aziende agricole e le piccole imprese, che dispongono spesso di margini finanziari limitati per assorbire perdite improvvise.

Una stima significativa arriva dalla Sicilia. Secondo Confcommercio regionale, il fermo della movimentazione delle merci per cinque giorni potrebbe comportare danni complessivi compresi tra 40 e 50 milioni di euro per la grande distribuzione organizzata e la filiera del fresco. La stima comprende mancate vendite, costi logistici e valore dei prodotti a rischio: non rappresenta quindi una cifra riferita esclusivamente al cibo distrutto, né può essere estesa automaticamente al resto d’Italia.

Il dato dà comunque la misura della posta in gioco quando un sistema distributivo viene privato della regolarità dei trasporti.

Il rischio dei rincari: meno merce disponibile, maggiori costi da recuperare
La domanda successiva è inevitabile: chi pagherà, alla fine, queste perdite?
Non esiste una risposta unica. Ogni impresa dovrà valutare la propria situazione, le coperture assicurative, gli accordi commerciali, i margini disponibili e la possibilità di recuperare le vendite perdute. Non è automatico che ogni euro di danno si traduca in un aumento del prezzo al dettaglio.
Tuttavia, sarebbe ingenuo pensare che perdite consistenti e costi straordinari non possano avere conseguenze sui prezzi futuri.

Un produttore che perde una partita di merce deve comunque sostenere una parte dei costi di produzione. Un operatore logistico che registra giornate improduttive deve far fronte ai propri impegni economici. Un distributore che subisce mancate vendite e deve riorganizzare le consegne può trovarsi con costi superiori a quelli preventivati.

Se queste perdite non possono essere assorbite attraverso risparmi, assicurazioni, recuperi commerciali o margini già disponibili, le imprese potrebbero cercare di recuperare almeno una parte dei costi nelle successive condizioni di vendita.

È questo il meccanismo da osservare: non un rincaro inevitabile e immediato, ma il rischio che una crisi logistica generi pressioni economiche che si protraggono oltre la fine della protesta.

Inoltre, i prodotti che riescono ad arrivare sugli scaffali possono diventare relativamente più costosi se la disponibilità si riduce mentre la domanda rimane stabile o aumenta. Le sostituzioni tra fornitori, i trasporti alternativi, le consegne urgenti e la necessità di reperire merce disponibile possono comportare costi aggiuntivi.

La scarsità temporanea, quindi, può produrre due effetti distinti: da una parte la difficoltà di trovare alcuni alimenti, dall’altra la possibilità che quelli disponibili subiscano aumenti di prezzo.
Il rischio è particolarmente delicato per i prodotti freschi, perché non sempre possono essere sostituiti rapidamente con merci provenienti da altri territori o acquistati da fornitori alternativi alle medesime condizioni economiche.

Il consumatore rischia di pagare due volte
Le conseguenze per le famiglie non si esauriscono negli eventuali rincari.
C’è un primo costo immediato: il tempo perso per cercare i prodotti mancanti, la necessità di recarsi in più punti vendita e l’impossibilità di completare la spesa abituale. Per chi ha difficoltà di mobilità, poco tempo a disposizione o un bilancio familiare ristretto, anche questi disagi possono avere un peso concreto.

C’è poi il rischio di dover sostituire un prodotto con un altro più costoso o meno adatto alle proprie esigenze. E c’è il pericolo che, quando la disponibilità torna normale, le imprese si trovino a dover recuperare almeno una parte delle perdite accumulate durante l’interruzione.

È in questo senso che il consumatore rischia di pagare due volte: prima attraverso la minore disponibilità e i disservizi, poi attraverso eventuali aumenti dei prezzi se una parte dei costi aggiuntivi viene trasferita lungo la filiera.

Anche gli acquisti dettati dal timore di restare senza prodotti possono peggiorare la situazione. Accumulare beni oltre il necessario accelera l’esaurimento delle scorte disponibili, alimenta la percezione di una carenza più grave e può generare ulteriore pressione sulla domanda.

La prudenza è comprensibile; la corsa agli acquisti, invece, rischia di rendere più difficile una gestione ordinata delle scorte e di penalizzare soprattutto le famiglie che non possono permettersi di anticipare la spesa.

Il ritorno alla normalità non sarà necessariamente immediato
La fine di un blocco non significa che il sistema distributivo torni istantaneamente alla normalità.
Occorre riavviare le operazioni, recuperare le consegne arretrate, riprogrammare i viaggi, riallineare le disponibilità nei magazzini e rifornire i punti vendita. I prodotti freschi persi durante l’interruzione, inoltre, non possono essere recuperati: devono essere nuovamente prodotti, acquistati e trasportati.

Il recupero dipende dalla disponibilità dei mezzi, dalla capacità dei centri logistici e dalla possibilità di gestire un volume straordinario di consegne. Se tutti gli ordini arretrati si concentrano nello stesso periodo, la pressione sulla filiera può proseguire anche dopo la ripresa dei trasporti.

Questo significa che le perdite di alcuni giorni possono avere ripercussioni più lunghe. E che il ripristino degli scaffali non coincide necessariamente con il recupero economico delle imprese.
Il danno già subito rimane, anche quando la merce torna a circolare.

Difendere il lavoro senza compromettere l’intera filiera
Le ragioni economiche degli autotrasportatori meritano ascolto. L’aumento dei costi di esercizio può mettere in difficoltà imprese che svolgono un servizio essenziale per il sistema produttivo. Ma proprio l’importanza del trasporto rende necessario individuare modalità di protesta che non interrompano indiscriminatamente la circolazione delle merci, soprattutto quando si tratta di alimenti deperibili.

Occorre garantire il confronto sulle richieste della categoria, tutelare il diritto di manifestare e, contemporaneamente, evitare che il costo della vertenza venga scaricato su agricoltori, imprese commerciali, lavoratori e consumatori estranei al conflitto.
Le istituzioni devono favorire soluzioni rapide e verificabili. Le organizzazioni coinvolte devono considerare gli effetti concreti delle modalità di mobilitazione. Le imprese devono rendere trasparenti, per quanto possibile, le difficoltà e le eventuali variazioni dei prezzi, evitando che l’emergenza diventi un pretesto per aumenti ingiustificati.

È importante, inoltre, distinguere gli aumenti riconducibili a costi effettivi dalle eventuali condotte speculative. Un mercato sotto pressione richiede attenzione e controlli, non accuse generalizzate né automatismi.

La posta in gioco
La posta in gioco va ben oltre la disponibilità di qualche prodotto al supermercato. Riguarda la capacità di una filiera essenziale di funzionare senza sprecare risorse, compromettere il reddito delle imprese e aggravare il costo della vita.
Perché il cibo che non arriva a destinazione rappresenta una perdita per chi lo produce, per chi lo distribuisce e per l’intera collettività. E se le perdite diventano abbastanza grandi da incidere sui costi futuri, il conto rischia di arrivare anche a chi, davanti a uno scaffale vuoto, non ha alcuna responsabilità nella crisi.

La sostenibilità del trasporto è una necessità economica. La continuità degli approvvigionamenti è una necessità sociale. Una soluzione credibile deve riuscire a tutelare entrambe, senza trasformare il diritto di una categoria a essere ascoltata in un costo imposto a tutti gli altri.